Ricevere una diagnosi come quella di sclerosi laterale amiotrofica, di miastenia gravis, di una malattia neuromuscolare su base genetica o di indicazione ad interventi neurochirurgici molto invasivi e demolitivi genera, nel paziente, la necessità psicologica di avere un parere ulteriore da un altro specialista.

Questo bisogno psicologico è ben comprensibile.

Un parere ulteriore permette di confrontare, confermare o correggere una prima diagnosi o un’indicazione terapeutica.

Poter contare su di una nuova e approfondita analisi del caso è un diritto del paziente.

In alcune patologie ricorrere alla “second opinion” aumenta l’accuratezza della diagnosi e la possibilità di poter fare cure più appropriate.

Quando il ricorso a visite di professionisti esperti è doveroso?

Quando la diagnosi posta è quella di una malattia grave o di una malattia che può mettere in pericolo la vita;

Quando la diagnosi è quella di una malattia rara;

Quando la diagnosi è incerta e nascono dubbi laceranti;

Quando la qualità e la quantità degli accertamenti diagnostici sono ritenute o insufficienti o, all’opposto, inutilmente eccessive e costose;

Quando il paziente non è intimamente convinto o non concorda con la diagnosi posta o con la terapia prescritta;

Quando una terapia, correttamente eseguita, non dà i risultati aspettati oppure induce importanti effetti collaterali;

Quando l’iter diagnostico (o la terapia suggerita) è considerato rischioso o eccessivamente ed inutilmente costoso;

Quando viene proposto un intervento chirurgico di conosciuta gravità;

 

Talvolta, il paziente non chiede un parere successivo per paura di mancare di rispetto al medico che ha proposto una prima diagnosi. Ma la maggioranza dei medici è favorevole a che il paziente, in modo corretto, richieda una second opinion, poiché riconoscono in questa uno strumento di aiuto e di utile confronto.

Ma, se il paziente ottiene troppi pareri, per di più contrastanti, rischia di avere le idee meno chiare rispetto a quanto necessario. Peggio, corre il rischio di incrinare il rapporto di fiducia con il medico che ha, effettivamente, in carico la prosecuzione terapeutica.

Il conoscere bene i meccanismi psicologici che portano alla richiesta di un parere successivo, oltre alla capacità professionale specifica nel campo delle malattie neuromuscolari e dell’elettromiografia, permette di fornire un aiuto importante nel supporto a persone che sono, giustamente, turbate da una diagnosi di una malattia che può avere importanti risvolti fisici, di qualità della vita, familiari, economici.